Il già ricco raggruppamento di services e di progetti in corso che ricomprende “Dopo di noi, Disabilità, Alzheimer”, “Sordità”, “Service Distrettuale Hospice Pediatrico”, “Disturbi Alimentari”, “Empatia a 4 zampe”, “La voce che rompe il silenzio” e “SOSAN Solidarietà Sanitaria Lions” sarà implementato con almeno due ulteriori progetti.
Il primo è quello delle “Comunità Amiche della Demenza” che rientra nel progetto europeo delle Dementia Friendly Communities di Federazione Alzheimer Italia, aggiungendosi al circuito del progetto Nazionale Caffè Alzheimer Diffuso con l’Associazione Italiana di Psicogeriatria e Fondazione Maratona Alzheimer, come un progetto culturale di ampio respiro destinato a rendere la società in cui viviamo più inclusiva ed accogliente per tutti. Infatti, secondo la definizione coniata, una Comunità Amica della Demenza è “Una città, un paese o un villaggio in cui le persone con demenza sono comprese, rispettate, sostenute e fiduciose di poter contribuire alla vita della loro comunità”.
La Mission alla base di questo progetto è quella di: Informare e sensibilizzare le istituzioni, il mondo della medicina, le aziende e la popolazione in generale sulla demenza; Aiutare e sostenere i familiari e le persone affette da demenza fornendo loro servizi di supporto; Rappresentare e tutelare i diritti delle persone affette da demenza per ottenere una migliore politica sanitaria e sociale; Promuovere la ricerca medica e scientifica sulle cause, la cura e l’assistenza della malattia di Alzheimer e delle demenze; Sviluppare la nascita e lo sviluppo delle associazioni locali per assicurare un’azione efficace sul territorio.
Ad oggi in Italia le persone affette da demenza sono circa 1.480.000. Il 75% di queste persone e il 64% dei loro Caregivers – in genere familiari – denunciano stigma ed esclusione sociale. Considerando che, in base alle statistiche, nel 2050 il loro numero sarà almeno raddoppiato si comprende quanto importante sia sin da subito sensibilizzare al tema la cittadinanza ed in particolare le giovani generazioni.
Ecco allora che il progetto delle Dementia Friendly Communities, mettendo in rete cittadini, istituzioni, associazioni e categorie professionali, mira a creare una città dove gli spazi, le iniziative e le relazioni siano più fruibili da tutti, non solo senza esclusione ma semmai con il pieno coinvolgimento delle persone affette da demenza e dei loro familiari. Una comunità, insomma, in grado di rispettare, ascoltare, accogliere, comprendere, sostenere, coinvolgere ed includere le persone con demenza. Una comunità dove l’obiettivo principale è quello di aumentare la conoscenza della malattia come strumento per ridurre l’emarginazione e il pregiudizio sociale nei confronti delle persone con demenza e dei loro familiari, in modo da permettere loro di partecipare alla vita attiva della comunità e migliorare la loro qualità di vita (facilitando gli spostamenti in città, garantendo trasporti appropriati, adattando negozi e servizi ai loro bisogni, riconoscendo e valorizzando il loro contributo, aiutandole ad impegnarsi ed assicurandosi che siano incluse nelle attività sociali, cercando di garantire la loro indipendenza, sensibilizzando i concittadini e combattendo lo stigma, ecc.).
E questo deve valere, in una società multietnica come la nostra, anche per i migranti: facendo aumentare la consapevolezza e l’alfabetizzazione sanitaria sulla demenza in individui con differente cultura dalla nostra – rispetto a cui persiste un quadro di sottostima della diagnosi -, descrivendo le caratteristiche e l’accesso alle risorse sanitarie e alle rispettive terapie.
Ma proprio in base alle attuali previsioni socio-etnico-demografiche una Dementia Friendly Community deve innanzitutto investire sulla prevenzione attraverso l’educazione dei
giovani, da un lato, a stili di vita sani in grado di ritardare l’eventuale insorgenza della malattia e, dall’altro, a riconoscere i sintomi iniziali del decadimento cognitivo delle persone anziane – al proposito giova ricordare che già ora circa il 7% delle persone tra i 60 e 63 anni vengono colpite da demenza – così da essere in grado di rallentare mediante trattamenti non farmacologici, stimolazioni, attivazioni e terapie il decorso della fase iniziale della malattia. Infatti, in base a recenti studi, si stima che se la malattia fosse diagnosticata agli esordi si potrebbe garantire una miglior qualità di vita di almeno 5 anni alle persone che ne sono colpite e ai loro familiari nonché ridurre conseguentemente la spesa a carico del Sistema Sanitario Nazionale.
Nel 2026 in Italia le città che hanno ottenuto il riconoscimento di Dementia Friendly Communities sono circa 70. Una di queste è il Comune di Mira.
A partire dalle opportunità offerte dal nuovo Codice del terzo settore, alcuni Lions Club, hanno già intrapreso senza esitazione alcuna la strada di contribuire fattivamente ai services a supporto delle Dementia Friendly Communities – come protagonisti attivi e non esclusivamente come enti benefattori – negli interventi volti a contrastare il decadimento cognitivo ed aiutare i caregivers.
Il secondo è quello delle “Città Amiche delle Comunità” che in qualche modo vuol fungere da cornice entro cui tutti i services e progetti sopraccitati e gli ulteriori che si aggiungeranno andranno ad inquadrarsi.
Tale progetto umanitario prende le mosse dalla nuova filosofia di vita che, in base alla transizione demografica in atto, dovra’ necessariamente ispirare le nostre azioni future in funzione del maggior tempo di vivere che sara’ concesso.
Ecco allora che l’allungamento e l’auspicabile miglioramento della qualita’ della vita non possono prescindere dal cambiamento delle nostre citta’, da ripensare secondo nuovi paradigmi, parametrati sul valore del tempo, della prossimita’ e dell’accoglienza, senza tuttavia rinunciare alla competitivita’. Basti pensare che l’isolamento è uno dei predittivi più forti di mortalità precoce. Coltivare amicizie profonde e legami familiari stabili protegge la salute emotiva, partecipare ad attività di volontariato, associazioni o gruppi di quartiere mantiene attivi e connessi. Frequentare persone di età diverse stimola la mente e combatte la solitudine. Per questo servono città accoglienti, architetture urbane che incentivino l’aggregazione sociale spontanea e le opportunità di comunicazione e interazione, trasporti pubblici fruibili e spazi condivisi che possono davvero ridurre la solitudine soprattutto per i più fragili.
Non e’ possibile dunque esimersi da un rinnovato impegno per un futuro urbano non solo piu’ sostenibile, inclusivo e basato sul concetto di comunita’ – da ripensare interrogandosi su come costruire legami significativi in un mondo connesso, sul senso di appartenenza e sul legame profondo tra vita comunitaria e impegno pubblico, ormai sempre piu’ necessari per affrontare sfide che superano i confini dei singoli territori -, ma anche improntato allo sviluppo mediante sperimentazione di nuove alleanze tra istituzioni, cittadini e territori.
Si rende allora necessario un nuovo approccio globale alla costruzione e rigenerazione delle citta’, da rendere piu’ umane, resilienti e vivibili, dove la prossimita’, la coesione sociale e il benessere quotidiano – sia quello collettivo che individuale – diventino la nuova bussola della pianificazione urbanistica e della progettazione urbana contemporanea.
In buona sostanza un nuovo umanesimo urbano, supportato dalla tecnologia al servizio della vita quotidiana, che ispiri le politiche e i progetti dei prossimi decenni, secondo nuovi modelli abitativi urbani, nuovi modelli di economia locale basati su produttivita’, commercio di prossimita’, mobilita’ efficiente, incremento del verde pubblico e spazi comuni puliti e sicuri.
Ma tutto cio’, per non perdere terreno nella competizione globale – che ormai avviene tra citta’ -, deve succedere tenendo conto che la variabile tempo e’ assolutamente fondamentale. E’ importante allora spronare le istituzioni perche’, per poter stare al passo con un mondo in rapida evoluzione, scelgano di modificare il modo in cui pensano, formulano politiche e prendono decisioni, e, dunque, decidano di trasformare le nostre citta’.
Grazie alle vigenti normative dedicate agli enti del terzo settore – costituiti per il perseguimento senza scopo di lucro, di finalita’ civiche, solidaristiche e di utilita’ sociale – i Lions in questo possono davvero essere protagonisti passando dalla beneficienza estemporanea ad un impegno strutturato per il bene comune, unitamente a imprese (a responsabilita’ sociale d’impresa o societa’ benefit), associazioni e pubblica amministrazione, mediante attivita’ di co-programmazione/co-progettazione finalizzate alla definizione ed eventualmente realizzazione di specifici progetti di servizio o di intervento volti a soddisfare definiti bisogni di interesse generale.
Migliorare la qualita’ urbana delle nostre citta’ costituisce un’attivita’ di prevenzione territoriale che – come dimostrano molteplici studi in materia -, generando benessere diffuso puo’ produrre importanti ritorni economici su larga scala per la finanza pubblica ben superiori a quelli ottenuti investendo esclusivamente nelle cure dei singoli perche’ modificare l’ambiente in cui vive un’intera popolazione riduce e ritarda l’incidenza delle malattie, diminuendo nel tempo la spesa sanitaria e sociale anche a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
Una visione di ampio respiro cui ambire, dunque, una città dove tutti – ed in particolare anche anziani, persone fragili, vulnerabili, indifese e famiglie bisognose – possano vivere bene e più a lungo all’interno di comunità inclusive in grado di tutelare la dignità della persona. Insomma un nuovo ecosistema dell’abitare che pur migliorando i conti pubblici, sia capace di migliorare la vita di tutti restituendo il diritto di cittadinanza anche a chi non ha voce ma condivide lo stesso spazio.
Referente Lorenzo Crepaldi
lorenzo.crepaldi.archistudio@gmail.com

Distretto Lions 108 Ta3